La camicia è uno degli indumenti più antichi che ha subito più variazioni nel corso dei secoli restando, però, sostanzialmente, sempre uguale nell’impostazione di fondo. E’ per questo che è sempre stata, e presumibilmente continuerà ad esserlo, il capo più importante nel guardaroba maschile. Sono almeno dodici secoli che la camicia accompagna l’uomo nella sua giornata, assumendo nel tempo diversi ruoli e differenti significati: segno di eleganza, simbolo di nobiltà o appartenenza ad uno schieramento politico, dono galante o diplomatico. Insomma, l’uso quotidiano della camicia l’ha resa elemento indispensabile del "vestire civile". La sua importanza si può desumere anche dai tanti modi di dire, più o meno salaci, giunti a noi sin dal Duecento, di cui la camicia è protagonista. "Nato con la camicia" che sta ad indicare un uomo estremamente fortunato, oppure "rimasto in camicia" come ultimo bene del povero prima della rovina completa o, ancora, l’espressione del gergo popolare "sono culo e camicia" che sta a significare un’amicizia stretta ed intrigante fra due persone. Infine "sudare sette camicie" che esprime la fatica per ottenere un qualsivoglia risultato, è un’espressione che, documentata nelle cronache del Trecento forse deriva dal conteggiare alla servitù, insieme al salario di pochi soldi, una o due camicie di tela grezza. E così, da antiche cronache, risulta essere la camicia "dono d’amore"; le fanciulle le ricamavano e poi le donavano allo sposo come dono di nozze. Nel periodo rinascimentale invalse l’uso tra i cavalieri che partecipavano ai tornei di indossare sulla corazza una camicia donata dalla propria dama. Al termine veniva restituita quale messaggio d’amore se indossata dal vincitore, quale messaggio di morte, se macchiata del sangue dello sconfitto. Narrano ancora cronache medioevali che i Genovesi donassero ai mercanti orientali, in visita alla Repubblica, camicie di lino finissimo ed altre in "tela d’Olanda" da portare al Khan di Tartaria. La camicia, così, diviene strumento diplomatico e nello stesso tempo oggetto di piacere. Ma, purtroppo, in alcuni casi dolorosi, diviene strumento di sofferenza, come nel XVI secolo, durante la caccia alle streghe, in cui fu in voga la "camicia ardente", che, intrisa di zolfo, veniva fatta indossare ai condannati al rogo, fino a giungere a tempi non troppo remoti con la ben nota "camicia di forza". E per rimarcare ancor di più la sua particolare importanza, la camicia è stata usata dagli uomini per sottolineare le differenze di classe. Tra il XVI ed il XVII secolo segni di questa distinzione sono il giustacuore senza bottoni, la veste slacciata, la scollatura a V ed ancora i candidi polsini che distinguevano il signore dal lavoratore in quanto chi li indossava non aveva certo modo di sporcarsi le mani. La camicia, poi, negli ultimi centocinquanta anni ha assunto anche un significato politico a seconda del colore che più si allontanava dal bianco. Basta ricordare le gloriose "camicie rosse" dei garibaldini, quelle azzurre dei nazionalisti italiani e dei Franchisti spagnoli; quelle nere mussoliniane e quelle brune naziste, di cattiva memoria. Altresì non possiamo dimenticare il movimento dei "descamisados" sudamericani che si vollero chiamare così per sottolineare la loro disperata mancanza di tutto e la Guayabera di Cuba, divenuta un vessillo della nomenklatura politica.E per finire, nemmeno la gastronomia ha potuto sottrarsi al fascino di questo indumento: nasce così l’"uovo in camicia", un raffinato modo per cuocere le uova. Candido e lucente, l’albume avvolge il tuorlo come una camicia e, come sempre, il bello sta nell’aprire questo involucro.
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Anche la camicia ha avuto un’antenata: è la tunica romana (tunica interior) di lino, nel suo colore naturale, provvista di maniche, che appare in Roma nei primi anni del III secolo d.C. Si tratta di un indumento ampio, fermato da una cintura e che si indossa direttamente sulla pelle infilandolo dalla testa. Le lunghe migrazioni dal Nord al Sud che contraddistinguono l’Alto Medioevo, le guerre, le invasioni, determinarono sicuramente il successo della "interula" romana, la camicia. Sembra infatti che i barbari arrivati con le loro scorrerie nei territori romani, stanchi e sporchi, oltre al piacere delle terme apprezzassero quello di indossare la tunica interior. A definire le sue caratteristiche stilistiche, poco ci aiutano le fonti iconografiche dell’epoca, perché scarsissime. Più esaurienti si presentano le fonti scritte. Dal Codice Barese, ad esempio, è possibile rilevare la presenza della camicia nella vita quotidiana delle diverse classi sociali. Essenzialmente l’interula maschile era un indumento lungo sino a metà coscia con maniche larghe, tagliate in un solo pezzo, che arrivavano sino ai polsi. Il tessuto usato è di solito una tela di lino, dal più pesante al glizzum sottilissimo fino alla trasparenza, da cui deriva il nome "glizzinae" che sta ad indicare, appunto, le camicie che furono indossate anche da Carlo Magno e dai cavalieri della sua corte.
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Già alla fine del VIII Secolo, nel lascito del Patriarca Fortunato ai suoi chierici di Grado, si parla di camicas et bragas. E così il termine camicia è entrato nel lessico e nelle abitudini dell’uomo. I crociati, poi, importano dall’Oriente il camis, usato dai persiani, con le maniche tagliate separatamente e cucite al corpo nei due spacchi verticali, alla fine della scollatura, che diverrà la struttura definitiva della camicia. In questo periodo le camicie si confezionano in casa, si cambiano raramente, talvolta si donano o si rubano, a dimostrazione che il portare la camicia è considerato da tutti un bisogno ed un piacere. Un rinnovamento decisivo nel modo di vestire, unito all’uso dei tessuti tra i più diversi, prende avvio a partire dal XII Secolo: al Nord con l’affermarsi dei Comuni, al Sud con la dominazione dei Normanni e degli Svevi. Nella corte di Palermo e Messina durante il regno di Enrico IV, padre di Federico II, la tessitura della seta e la confezione delle tuniche e delle clamidi sono soggette al segreto più assoluto. Qui il lavoro dei tessitori, considerati veri artisti, si svolge in un’atmosfera di mistero. Diverso è il clima che si respira nelle città divenute cosmopolite fin dalla prima crociata. In questi anni gli uomini portano ancora l’interula che, nel tempo, si è accorciata sino al ginocchio. I tessuti per le camicie, oltre al lino, vedono l’uso del guarnello un cotone leggero, e del dubletto lino misto a cotone o bambagia. I modelli sono privi di abbottonatura, con ampie increspature sulle spalle, mentre gli orli dei polsi e delle scollature sono rifinite con frescature. Per quanto riguarda Federico II, i suoi abiti rispondono alle esigenze dei suoi vari impegni di Re, poeta, soldato, uomo di mondo. Nelle poche iconografie che lo raffigurano indossa la dalmatica una lunga tunica con le maniche aderenti usata dagli imperatori d’Oriente, il loros una sopraveste riccamente ricamata, la sciarpa gemmata ed, infine, un gran mantello finemente lavorato. Ma fuori delle grandi cerimonie anche l’imperatore segue la moda del momento e così veste con la camicia ed il surcotto, una sopraveste senza maniche chiusa con una cintura di metallo prezioso, dalla quale pende un ulteriore indumento lungo fino all’ orlo della veste. Anche gli uomini che lo accompagnano nella caccia, come si evince dalle miniature dell’opera "De arte venandi", sono avvolti in tuniche di diversi colori sotto le quali s’intravedono una camicia gialla, una corta tunica azzurra e lunghe calze-brache, una novità del tempo. |