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La Camicia - La Storia3

Curiosità

Il Barocco

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I punti di cucitura
Se l’abito non fa il monaco, la camicia fa il signore. Ed è proprio nel Settecento che tale affermazione trova pieno riscontro, poiché, impeccabile nel candore e nella stiratura, morbida nei tessuti e voluttuosa negli ornamenti, la camicia è perfetta per il ruolo leggiadro voluto dallo stile rococò. Nella prima metà del 1600, i cambiamenti più rilevanti per la camicia, divenuta oramai un capo d’ abbigliamento autonomo, avvengono nel campo della lavorazione. In essa, confezionata con gli stessi tessuti e impreziosita da collari ricamati di fili d’oro o di ricami fatti a mano, s’insiste su i più svariati punti di cucitura ad ago: spilatura, mezza arca, scherzo, rizzo, arca, sole. Ma anche i ricami ad ago diventano sempre più di moda e nelle più sperdute località dell’Italia meridionale, e persino nei conventi di clausura, nel tentativo di imitare il punto in aere che aveva resa famosa Venezia, si eseguono ornati di punto spagnolo, trovato, africo, tondo, ombrato, castiglio. Intorno al 1630, solo per l’abbigliamento maschile, è adottato un nuovo termine: il vestito. Esso si compone dei calzoni alla spagnola, gonfi di pieghe, stretti al ginocchio da nastri e coccarde e chiusi di fianco da una lunga bottoniera, dal giubbone e dalla casacca. Il giubbone, sempre più corto, è portato aperto in modo da mostrare la camicia, perché gli uomini " vogliono che si sappia c’hanno la camicia di lino finissimo". Anche la casacca, svasata, lunga fino alla coscia ed arricchita di abbottonature e ornamenti, accorcia sempre più le maniche per mettere in risalto quelle della camicia, che, a loro volta, divengono sempre più ampie e lunghe, dai polsi ricascanti in alte gale trattenute sul braccio da fiocchi e nastri in tinte contrastanti con il giubbone e la casacca. D’altro canto, in questo primo quarto di secolo, la collaretta, perso l’aspetto di "mensola ornata", spesso bordata di pizzo o tutta di pizzo, si adagia sul busto ricoprendo le spalle e si apre sul davanti in due baveri squadrati. Continuando

nella sua evoluzione, verso la metà del XVII secolo, il collo comincia a perdere d’importanza, spostandosi in avanti e cadendo in due lunghi baveri ornati di pizzo: è il collo detto a rabat indossato, ancora oggi, dai pastori protestanti. A dimostrazione dell’importanza che in questo secolo aveva assunto la camicia, ci piace ricordare quello che avveniva alla corte di Luigi XIV, salito al trono di Francia nel 1643. In questo periodo in cui i regni estendevano i loro domini anche al di là dell’Atlantico, i Re di Francia avevano intuito che, per tenere sottomessi gli aristocratici, bisognava assuefarli al lusso della corte e alla corsa dei privilegi. In questo modo i cortigiani si impoverivano sempre di più per reggere al passo del fasto della corte e per ottenere i favori che il Re concedeva loro per legarli a sé. E appunto in questa vicenda, la camicia ebbe un ruolo molto importante. Uno dei momenti più intimi della corte era "il laver du roi". La vestizione di Luigi XIV divenne una vera cerimonia quotidiana: al risveglio del sovrano, nella stessa camera da letto, ad un nobile di rango veniva fatto obbligo e concesso l’onore di presentare la camicia che il Re doveva indossare in quel giorno. Egli così si
affrancava, almeno per quella giornata, dal tradimento di chi aveva svolto questo incarico.

Il punto di Francia
Riprendendo la storia dell’evoluzione della camicia, avevamo già notato che, oltre ai punti di lavorazione, grande importanza hanno avuto nell’inizio del XVII secolo i ricami, che rappresentano il completamento indispensabile per sottolineare l’eleganza maschile. La concorrenza in questo campo tra la Francia e l’Italia si fa sempre più spietata al punto che, nel 1625, Luigi XIV tenta di far brevettare, ma senza successo, il "punto di Francia". Nel 1669 il ministro Colbert fa arrivare segretamente a Parigi un gruppo di merlettaie veneziane che vengono sistemate ad Alençon. Ben presto ne seguono altre a Chantilly, Sedan e Reims, dove la produzione assume caratteri di originalità in concorrenza con Venezia. Nasce così, finalmente, "il punto di Francia" ed è subito un successo. A nulla valgono i vari tentativi del Senato Veneto volti a contrastare il trasferimento delle merlettaie venete in un paese straniero; si ordina alle stesse di tornare in patria promettendo loro il perdono, si imprigionano i parenti, si incaricano emissari persino di ucciderle, ma il decreto del Senato, nonostante la sua durezza, non fornisce il risultato che si prefiggeva.

La moda francese
La Francia, quindi, esporta in tutta Europa i più bei pizzi per camicie, cosicché è la moda francese a fissare i canoni dell’eleganza in campo maschile e femminile: "L’abit a la francaise" arriva a Venezia con il nome di velada, a Milano diventa marsina, a Napoli è noto come giamberga. L’abito in questione è la giacca seicentesca a falde squadrate avanti e dietro, abbottonata dal collo al bordo inferiore, che si indossa aperta per mostrare la camisiola un gilet lungo e ricamato, e la camicia. I calzoni, dello stesso tessuto della marsina, diventano più aderenti, fermati al ginocchio da fibbie e bottoni. La moda di questi anni, che si ispira allo stile di vita di Parigi
e Napoli, si arricchisce delle famose sete di Lione, broccati dai toni delicati, fioriti e arabescati, mentre le maniche della camicia, grazie a ricchi manichetti di pizzo applicati ai polsi, si allungano sempre di più. La passione dei pizzi e delle trine primeggia fino alla rivoluzione francese. Erano così abbondanti che sembravano racchiudere in una vaporosa schiuma metà dell’avambraccio. Il gusto per questo ricercatissimo ornamento, che per molti era una spesa insopportabile, tanto che a Venezia si usava dire che "quel che non va in busto va in manega", si era trasformato in una passione sfrenata per cui anche gli uomini più compassati come gli austeri magistrati non si sottraevano a questa debolezza, riservando per i merletti sino a 15.000 o 20.000 livus. Intanto la cravatta, apparsa all’inizio del secolo al collo dei soldati prima e dei gentiluomini poi, offuscata per breve tempo a cavallo del XVII e XVIII Secolo dallo jabot realizzato in pizzo, in mussola di lino pieghettata o in seta arriciata, bordato di trina, fissato al collo con un nastrino o con una spilla e ricadente in morbidi volants, modifica il colletto della camicia che diventa una pistagna attorno alla quale si avvolge con un solo giro alla Steinkerque, oppure con più giri, una "sottilissima benda", come la definisce Parini, ricadente sul petto in una cascata di merletti.

La camicia e l’igiene
Da quando la camicia è comparsa nella storia dell’abbigliamento, anche il galateo l’ha sempre accompagnata, stabilendo il suo uso a seconda delle diversificazioni sociali, ambientali e, soprattutto, igieniche. Come già in precedenza accennato, la pulizia corporale era tenuta in scarsissima considerazione, nonostante i precetti del galateo, per cui la camicia che sembrava proteggere la pelle dalle vesti, in realtà proteggeva queste da quella. Le preziose stoffe degli abiti rinascimentali erano riparate con la camicia dalla pelle sudicia del corpo mal lavato. A parte le ben note terme romane, esistevano nel Medioevo, i bagni pubblici chiamati "stufe". Erano
bagni di vapore corredati di tinozze dove, coperti da camicioni lunghi fino ai piedi, con o senza maniche, chiamati camicie da bagno, potevano accedere tutti, volgo o patriziato, naturalmente a ore e giorni diversi. All’inizio del XVI Secolo le stufe pubbliche vennero chiuse, sia per ragioni igieniche, per evitare un possibile contagio di pestilenze, sia per ragioni morali. Ancora nel 1672 un gentiluomo inviava alla sua donna in Germania un pacco di sapone allegando, per sicurezza, le istruzioni per l’uso. E così le camicie ricche, ricamate e ingioiellate, per coprire i cattivi odori personali, anziché usare la semplice acqua, divennero profumatissime, usando profumi di ogni genere. I risultati, però, sembrano essere stati quasi nulli se la marchesa di Verneuil, favorita di Enrico IV, all’avvicinarsi del Re, girandosi dall’altra parte, esclamava "che puzza!" Già agli inizi del Settecento, con i corredi personali sempre più ricchi di camicie, il galateo prescrive che esse siano bianche, morbide, fresche, mentre i maestri di belle maniere raccomandano ai giovani cavalieri il candore delle camicie e la pulizia del corpo. Per ottenere ciò non c’era che un sistema: lavarsi e lavare le camicie frequentemente. Da uno studio condotto sull’igiene nei primi dell’Ottocento, si afferma che per le istituzioni sociali il bucato è al primo posto. Tuttavia per tutto il XVIII° Secolo, per i più, lavare la biancheria in casa era un’usanza barbara. Per questo la maggior parte dei parigini la inviava in Olanda, patria dell’inamidatura, ritenendo i suoi abitanti più esperti delle lavandaie francesi. Altri invece, come la Duchessa del Tirolo, mandavano le loro camicie a Firenze presso i conventi delle monache, mentre i più raffinati gentiluomini affidavano camicie e colli agli specialisti londinesi. Con le lavanderine olandesi, nostrane e londinesi, ritenute le migliori, nasce, così, un nuovo mestiere. In Francia, alla fine del XVIII Secolo, da questo lavoro artigianale, con l’introduzione del bucato a vapore, importato dall’oriente, dopo i necessari perfezionamenti, si aprono le prime lavanderie industriali dove la biancheria, inzuppata da liscivia, è sottoposta per otto ore all’azione del vapore acqueo.

La moda inglese
Contemporaneamente all’affermarsi della cravatta, il gilet va man mano chiudendosi abbottonato sul petto ed i polsini si ridimensionano in brevi volant, nascondendo in parte la camicia. Dopo il 1750, lo sfarzoso abit a la francaise è riservato alle grandi occasioni ed è la moda inglese che comincia ad interessare gli uomini. L’ingombrante marsina cede il posto al frac ed alla rendigote, l’inglese riding-coat, abito usato per cavalcare. La vita di città, divenuta più dinamica, comporta abiti più comodi, anche se ancora ricercati nei tessuti e nei colori. Fino al termine del Settecento le informazioni sulla camicia ci sono pervenute accidentalmente da riferimenti iconografici, da brani letterari e da commenti per lo più satirici. Tutto ciò ha comportato che il filo della narrazione storica sia pieno di lacune e d’informazioni contraddittorie, ma, finalmente, da ora in poi la situazione cambia totalmente. Le informazioni sulla moda femminile prima, e quella maschile poi, corrono più veloci grazie alla diffusione dei giornali e delle riviste che partono da Parigi, ma che si stampano anche a Milano e a Londra e, sulle prime riviste riservate alla moda maschile, la camicia diventa un argomento da discutere con competenza. Il "giornale delle nuove mode di Francia e Inghilterra", stampato anche a Milano nel 1786, ad esempio, così descrive i capi maschili: "Abiti di panno color foglia morta, foderati di verde con altissimo colletto di velluto di seta verde naturale, si indossano con camicia guarnita da una larghissima portina e di lunghi manichetti". Sullo stesso giornale, l’anno successivo, si legge: "Abito e giubba di leggero velluto color cedro con pantaloni di seta nera e camicia guarnita di pizzi". "La camicia- continua la rivista- è guarnita di manichetti e di una gala di batista increspata come è di moda in Inghilterra". Mentre sulle riviste di moda l’attenzione si concentra sui particolari, la Rivoluzione Francese spazza via ciprie, ornamenti, parrucche, teste di re e aristocratici condotti alla ghigliottina in maniche di camicia, mentre per le vie di Parigi scorrazzano i sanculotti al grido di libertè egalitè fraternitè, con addosso, sotto il gilet o la carmagnola, una camicia di cotone, con il collo a bavero, senza cravatta e ornamenti di trina. Questo collo a bavero fu detto alla Robespierre non si sa bene se perché era il preferito dal padre della rivoluzione, o se perché, in onore dell’Incorruttibile, il boia lo strappava ai condannati prima di ghigliottinarli.

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